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On a Desert Island with a Supermodel

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FOREWORD

 

 

ON A DESERT ISLAND WITH A SUPERMODEL

 

A shipwreck

 

Survivors.

 

A sailor and a supermodel.

 

“Don’t worry, Miss [insert name of favorite supermodel here], I will provide for you.”

 

Shelter, supplies, safety. Sex.

 

And then, suddenly, sadness.

 

“[insert name of favorite sailor here], why are you sad, is there anything I can do for you?”

 

“Actually, [supermodel], yes. Can you dress like a man, and wear a moustache?”

 

“Anything you want.”

 

“And, can I call you Mario?”

 

“… sure …”

 

The supermodel complies with the requests.

 

The sailor comes and says:

 

“Mario, you have no idea who I’ve been sleeping with!”

 

 

IL DENTE E I SOLDATINI

 

Non mi ricordo esattamente l’anno, ma dovevano essere i Settanta, perché avevo ancora i denti da latte.

 

Non c’erano molte concessioni al consumismo, e l’unico posto dove un ragazzino poteva sognare, all’epoca, era un negozietto in Via Roma, li’ da tempo immemore. Una dicitura ufficiale in lingua italiana sarebbe potuta essere cartoleria, ma per tutti era ‘da Toni’.

 

Toni era il proprietario, lui e la moglie gestivano il posto con piglio deciso e con finta simpatia. I bottegai di Pontelongo non brillavano certo per il loro talento diplomatico, forti dell’indiscusso monopolio locale, addirittura di quartiere visto l’ostacolo del ponte e del fiume. Anche se ci fosse stato un altro negozio dall’altra parte, le sigarette, per abitudine, convenienza o schiavitù’, le compravi da Toni.

 

All’interno, c’era chiaramente di tutto, al punto tale che trent’anni dopo non saprei indicare quale fosse esattamente il loro ‘core business’. Le sigarette, il gioco del lotto, i quaderni e i sussidiari per la scuola, cartelle stecche matite penne. Dolciumi vari, del tipo che andava in quegli anni, non ancora spettacolari o luccicanti ma comunque letali per il metabolismo di un pre-adolescente. C’erano ancora i pescetti di liquirizia del primo dopoguerra, ma anche suggestivi avamposti di ‘cotone americano’, che poi non erano altro che marshmallows, ma che confidenzialmente, vista la forma oblunga, venivano chiamati ‘subiotti’. D’estate appariva improvvisamente un frigo da gelati, con dentro biscotti e cornetti e ghiaccioli da poche lire.

 

E c’erano, in un angolo, anche dei giocattoli. Poche cose, qualche Barbie e qualche pupazzetto, forse dei puzzle o dei giochi da tavolo, sicuramente delle biglie, dei fucilini e dei soldatini, quello che bastava per soddisfare le piccole necessita’ dell’invito ad una festa di compleanno dell’amichetto, ad una nonna per far contenta una nipotina, ad un ragazzino per assaporare la conquista di un piccolo risparmio investito in beni frivoli.

 

Non ricordo esattamente l’anno, ma invece un’immagine, che doveva essere la copertina di una scatola di soldatini di cartone, rettangolare, rossa. Un’illustrazione con dei militari, in divisa, delle esplosioni, magari degli aerei o dei carriarmati, strappata a buon mercato a chissà quale disegnatore. Prometteva certo molto di più di quello che poi il contenuto della scatola avrebbe potuto mantenere – all’interno ci saranno stati la solita trentina di piccole sagomine di plastica grigia o verde, alte poco più di un centimetro. Ma il desiderio aveva iniziato a prendere forma dentro di me – volevo quella scatola, volevo quei soldatini.

 

Non so neanche se andassi già a scuola o meno, comunque il rapporto con il denaro era sempre stato conflittuale, quello con le pulsioni anche peggio. C’era ancora un Dio gigantesco che si collocava all’altezza del soffitto della chiesa del paese, e sentivi il suo sguardo mentre ti inginocchiavi sul banco, e quando mettevi l’obolo nella sacca del prete che passava per i corridoi. Erano gli anni in cui una banconota da cinquecento lire era il massimo della felicita’, e se fossi riuscito a tenermene una in tasca al posto di darla al sagrestano, forse oggi sarei una persona diversa.

 

Per fortuna esistevano tante altre superstizioni oltre a quella. Come la ‘formichina’ che portava un regalo ai bambini che perdevano i denti da latte, un modo per consolarli del dolore di quelle piccole perdite di se’, più che la solita scusa capitalistica per far girare il mercato.

 

Unire quel dente dolorante e prossimo alla separazione con quel desiderio lancinante di possedere una scatola colorata sarebbe stato un tutt’uno.

 

Non mi ricordo esattamente come andò, forse provai per giorni a cercare di togliermelo da solo, o a stare attento a non ingoiarlo improvvisamente mangiandolo assieme ad una merendina. Non so neanche come feci a dire ai miei genitori che un dente mi faceva male, e che forse bisognava che andassimo dal dentista del paese a farmelo togliere. Dentista del paese che poi era un medico di base con qualche competenza di ortodonzia, ma sufficiente a creare l’alibi per l’agognato regalo. Ma poi mi faceva veramente così tanto male quel dente?

 

Fattosta’ che ricordo che ci vestimmo eleganti, perché andare dal dentista o dal medico era comunque una funzione sociale. I miei genitori mi avrebbero assecondato in tutto e per tutto, ed erano rassegnati a spendere una parcella anche per qualcosa che sarebbe accaduto naturalmente, solo qualche giorno o settimana dopo. Ma il loro figlio soffriva, a quanto pare. Non hanno idea quanto.

 

Le parole dell’ultimo terzo grado non riesco neanche a pensarle, e’ tutto così nebuloso che sembra quasi non essere mai accaduto. Confessai codardamente? Oppure mi convinsero. Forse si innesto’ una domanda retorica, del tipo ‘ma ti fa veramente così tanto male?’ e forse dopo di quella feci un accenno alla ricompensa che non sarebbe arrivata per il mio atto di coraggio.

 

Ricordo invece la sensazione di un nervo scoperto, di un’esposizione, di ritrovarmi improvvisamente ridicolo e stupido per aver dato una forma esterna a quello che sentivo.

 

Ma poi li volevo veramente i soldatini?

 

Avessi tenuto la bocca chiusa, l’avessi aperta solo davanti al dentista, avrei subito il dolore e in cambio del sacrificio avrei avuto la ricompensa. Le cose sarebbero andate diversamente. Potrei anche sorriderci, adesso. La scoperta precoce della determinazione.

 

Invece, l’unico ricordo abbastanza certo, e’ mia madre che mi accompagna da Toni, ancora col vestito della festa, e mi chiede cosa voglio, qual e’ la scatola che volevo, forse raccontando al paron che volevo andare dal dentista solo per quello, e che figlio strano che ero e che il dentista sarebbe costato molto di più dei soldatini. E me li compro’.

 

Non ricordo assolutamente di averci giocato, non ricordo quando poi cadde il dente, non ricordo se si fecero battute del tipo ‘ la formichina e’ gia’ arrivata in anticipo’. Forse fu l’ultima scatola di soldatini che i miei genitori mi comprarono. Non fu l’ultima volta in cui mi si confusero le idee.

 

In fondo ancora adesso, anche dopo aver scritto tutto questo per cercare di darci un senso, non riesco ancora a capire, guardando dentro di me, se mi fa male il dente, o se invece voglio solamente i soldatini.

 

(8 novembre 2011)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

THE TOOTH AND THE TOY SOLDIERS

 

I can’t remember the exact year, but it must have been the 1970s because I still had my milk teeth.

 

There weren’t many concessions to consumerism at the time and the only place a kid could dream in was a little shop on Via Roma which had been there forever. The official name for it was a stationer’s, but everyone knew it simply as ‘Toni’s’.

 

Toni was the owner. He and his wife ran the place with a firm hand and a fake friendliness. The shopkeepers in Pontelongo were certainly not renowned for their diplomacy due to their undoubted local – or even neighbourhood – monopoly, what with the obstacles of the bridge and the river. Even if there had been another shop on the other side, you bought your cigarettes from Toni anyway, either out of habit, convenience or slavery.

 

The shop had everything, to the extent that thirty years later I couldn’t tell you exactly what their ‘core business’ was. They sold cigarettes, lottery tickets, notebooks and primary school textbooks, rucksacks, rulers, pencils and pens. There was also a selection of sweets that were popular at the time. Though not spectacular or shiny like today’s candy, they were lethal for a pre-teen’s metabolism. You could still buy the post-war liquorice fish, but there were also appealing outposts of candyfloss which were actually just marshmallows. Given their oblong shape, us kids secretly called them dumplings. In the summer a freezer would suddenly appear, containing choc-ices, cones and ice-lollies which cost a few lire.

 

There were even some toys in the corner. There wasn’t much: some Barbies and the odd doll, maybe some puzzles or board games, definitely marbles, toy rifles and soldiers. It was enough to satisfy the small needs of a kid going to a friend’s birthday party or a grandmother wanting to please a granddaughter, or a little boy wanting to invest his small savings in frivolous purchases.

 

I can’t remember the exact year, just an image, which must have been the cardboard, rectangular, red cover of a box of soldiers. An illustration of soldiers in their uniforms, explosions, maybe some planes or tanks, painted on the cheap by who knows what artist. It certainly promised far more than what the box could possibly contain – inside there were the usual thirty little grey or green plastic forms, each standing just over a centimetre tall. But desire had begun to take shape inside me. I wanted that box. I wanted those soldiers.

 

I don’t know if I had even started school, but my relationship with money had always been confrontational, with the worst impulses. At the time, there was a gigantic God situated on the ceiling in the town church, and you felt him gazing down on you while you knelt at the pew and when you put your offering in the priest’s bag as he passed down the aisle. They were years in which a 500-lira bank note was the height of happiness, and if I had ever managed to keep one in my pocket rather than hand it over to the sexton, then perhaps I would be a different person today.

 

Fortunately, God wasn’t the only superstition. Like the ‘ant’ that brought children a present after they’d lost a milk tooth: it was a small consolation for the pain of losing a little bit of themselves rather than a capitalist excuse for keeping the market wheels turning.

 

The painful tooth about to be extracted and the excruciating desire to own a coloured box had become one and the same thing.

 

I can’t remember exactly how it panned out. Maybe I tried to pull it out myself for days, or was careful not to suddenly swallow it down with my snack. I don’t even know how I got around to telling my parents that a tooth was hurting me, and that maybe we needed to go to the town’s dentist to pull it out. The local dentist was actually a GP with a little orthodontic experience, but he was enough to create an alibi for the desired gift. But was the tooth really hurting me that badly?

 

I remember we got dressed up because going to the dentist or the doctor was a social occasion. My parents pampered me in every way, and they were resigned to spending money on a professional fee even for something that would have happened naturally a few days later. But their son was suffering, or so it seemed. They didn’t realise how much.

 

I can’t even think about the words of the final cross-examination: it is all so hazy that it’s like it never happened. Did I confess like a coward? Or maybe they convinced me. Perhaps a rhetorical question of the “but is it really hurting you all that much?” kind slipped in and maybe after that I mentioned the reward I would receive for my act of bravery.

 

However, I do remember the feeling of an exposed nerve, of an exposition, of suddenly finding myself ridiculous and stupid for having given an external shape to what I was feeling.

 

And did I really want those toy soldiers?

 

If I had kept my mouth shut and only opened it for the dentist, I would have suffered pain and in exchange for the sacrifice, I would have received a reward. Things would have turned out differently. I can smile about that early discovery of determination now.

 

Instead, the only fairly certain memory is that of my mother taking me, still in my Sunday best, to Toni’s. I remember her asking me which box I wanted, perhaps telling the owner that I had wanted to go to the dentist just for that, and what a strange son I was, and that the dentist would have cost a lot more than the soldiers. And she bought them for me.

 

I have absolutely no recollection of playing with them. I don’t remember when my tooth finally fell out. I can’t remember if they made any comments like “the ant arrived early”. Perhaps it was the last box of soldiers my parents ever bought me. It was not the last time I got my ideas jumbled.

 

Even now, having written this down to try and make sense of it, I still don’t know if my tooth was really hurting, or if I just wanted those soldiers.

 

(November 8th, 2011)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL SERGIO E LA MIRE

 

(Nell’inverno del 2003, un trafiletto su un quotidiano locale raccontava di un negozio padovano davanti al quale, puntuale, ogni mattina il proprietario trovava degli escrementi, al punto che vennero allertati persino i Carabinieri.)

 

Il Sergio e la Mire. Tutti in paese avevano capito che avrebbero fatto coppia un anno prima che se ne accorsero loro. Fatti l’uno per l’altra, dicevano tutti. E infatti.

 

Sergio non voleva studiare da piccolo, ma il padre lo legnò così tanto dopo essere stato bocciato in prima liceo che arrivò dritto a prendere 110 e lode in Economia senza avere il coraggio di alzare una volta la testa dai libri, e così finì per essere il primo in paese con la BMW e l’orologio d’oro. La famiglia aveva sempre lavorato nell’azienda di casa, il cemento. Il nonno portava i sacchi, il padre faceva i conti e bestemmiava, e quindi giustamente il figlio era diventato il marketing consultant dello stabilimento che, dalla fine degli anni sessanta, con il boom, aveva iniziato a fatturare niente male. Praticamente tutti i marciapiedi del paese provenivano dalla famiglia di Sergio, quegli stessi marciapiedi che la Mirella percorreva a larghe falcate, ma lentamente, perchè li sentiva, gli sguardi di tutti, sulle sue gambe. Le gambe della Mirella, dopo la partita del Milan la domenica al bar, erano senza dubbio il programma con la maggior audience e il miglior share della zona. Ovviamente, gestiva un negozio di biancheria intima, o come dicono i direttori di banca alle loro segretarie, lingerie.

 

La nonna di Mirella arrivava al mercato con il musso, e la pertica da sarta lunga un metro per misurare le stoffe, roba del secolo scorso, anzi, di due secoli fa. Spese tutto per mettere la figlia Eugenia dentro quattro mura e per l’insegna con scritto “Merceria Sartori”, che la Mirella, visto che era andata a Padova a studiare e si era laureata in lingue, aveva giustamente rimpiazzato in tempi più recenti e morta mamma, con un neon rosa che diceva “Fashion Style”.

 

Su come avessero fatto ad evitarsi per tutto questo tempo, il Sergio e la Mire, è presto detto. Intanto lei aveva dieci anni di meno di lui, e quindi non si erano mai visti nè a scuola, nè in chiesa o a catechismo, Quando iniziava lei, lui aveva già smesso di andarci da un pò. Quando la Mire giocava nelle giovanili di pallavolo, ed era già un bel vedere e anche se era un pò scarsa nel bagher l’allenatore la teneva dentro, Sergio già non si faceva vedere più in paese e corteggiava le universitarie, e magari si faceva incastrare in qualche cineforum o rassegna teatrale della zona.

 

Quando Sergio era andato a fare la voce grossa in Pro Loco su una storia di finanziamenti mancanti per la festa del Patrono, (“che anche se non ci vado più e non ci credo tanto, è giusto che ci sia lo stesso”), Mirella sedeva in fondo, assieme al fidanzato dell’epoca, intellettuale di basso profilo, praticamente trasparente, mentre la moglie di Sergio era seduta in prima fila. Graziella Possamai, veneziana, benestante, ai limiti del quarto di nobiltà, tentativo ferocemente riuscito di Sergio di scalata sociale fino ai piani alti, vicepresidenza del Rotary e tutto il resto. Mirella guardò l’orologio al polso di Sergio, un Rolex d’oro vero, Sergio guardò le gambe di Mirella, quel giorno fasciate da un collant viola pallido perchè la moda diceva così. Uno sguardo e un sorriso, perchè anche se non si erano mai parlati probabilmente nei discorsi di casa avevano già sentito i rispettivi curricula una ventina di volte, fino alla quarta generazione (“ea xe ea fioa dea Genni, te ricordito, so nona ea vegneva al marcà…” “so nono xe partio co do matoni e coe scarpe rote, e varda cossa che ei ga desso”).

 

Ovviamente anche il divorzio tra Sergio e Graziella non passò inosservato in paese e generò anzi una nuova razione di pettegolezzi, che arrivavano dritti dritti al negozio di Mirella, uno dei principali hub per le notizie del paese, dove, dopo ogni nascita, matrimonio, funerale, separazione, fallimento, rapporto extra coniugale, e non, arrivava il commento con dovizia di particolari. Insomma, l’approfondimento dalla redazione, il corsivo delle beghine, che finivano apostrofando la Mirella con “Beh, el xe ancora un bel omo, e el xe anca pien de schei, vuto che nol sia bon de catarsene naltra?”.

 

Mirella si sentiva come Bubka alle Olimpiadi, con davanti l’asticella a sei metri e zerouno. Era il suo turno, toccava a lei e sapeva che, quel risultato, ce l’aveva nelle gambe.

 

Erano passati sei mesi dal divorzio di Sergio, e si vedeva ancora poco in paese se non la domenica per il solito giro tra bar, gazzetta e due chiacchere con i cacciatori che si erano alzati alle sei anche la domenica, come tutti gli altri giorni della settimana. Ma il Sindaco gli aveva chiesto di far parte del comitato per i festeggiamenti del Natale, e siccome quando erano piccoli Sergio gli aveva parato un rigore decisivo nella finale del campionato delle medie e si sentiva ancora in colpa, gli disse sì. E fù così che la sera del 12 Novembre alle 18:37 Sergio entrò al “Fashion Style”, secondo la testimonianza del macellaio Sambin, comprovata dalla moglie che stava, casualmente, guardando fuori dalla vetrina proprio in quel momento.

 

“Abbiamo fatto un calcolo, ci sono 62 imprese commerciali e negozi in paese, se tutti tirano fuori ventimila lire paghiamo le spese per mettere le illuminazioni natalizie a tutto il paese, tu cosa dici? Ventimila lire non sono niente in fondo, no?”

 

“Hai ragione Sergio, però ogni anno mi vien da ridere al pensiero che i soldi li mettono anche i fratelli Meneghetti, che in quattro hanno messo su tre negozi di pompe funebri. Non è che hanno bisogno di farsi pubblicità loro, clienti ne hanno, giusto?” disse Mirella sorridendo e un pò ammiccando.

 

“Ahah, si’, piuttosto potevano rimanere assieme al posto di farsi concorrenza a vicenda, ma non si sono mai sopportati tra loro…” disse Sergio.

 

“Ma secondo te, fanno tutti lo stesso prezzo?”

 

“Ah, guarda, non lo so, e più tardi lo scopro, meglio è”

 

Risate, occhiate.

 

“Tu come stai?”

 

“Io bene, il papà un pò acciaccato, ma sai, l’età”

 

Mirella annuiva con la testa, più che altro per controllare se erano sbottonati due o tre bottoni della camicetta. Tre. Molto bene.

 

“Ascolta, ma non ti vediamo mai in paese, possibile che lavori sempre?” disse mentre pensava al fatto che sicuramente lui aveva notato il merletto nero del reggiseno che usciva dalla camicia aperta di lei.

 

“Sì, perchè invece tu lo frequenti il paese! Ma dai Mirella, non c’è niente da fare qui, l’unica cosa da fare è prendere la macchina ed andarsene da qualche parte, e non mi dire che tu invece stai qui e vai in giro… “

 

Mirella si morse il labbro inferiore, ma riparò subito alla gaffe passando al contrattacco:

 

“Hai ragione, e allora dove vai di solito? Magari si potrebbe andare “da qualche parte” assieme…”

 

Sergio non era una cima, ma quella sera recepì l’invito di Mirella alla perfezione. Lei gli si avvicinò e lo baciò pure su una guancia, carezzandogli il braccio sinistro, proprio per non dare adito a nessun dubbio da parte sua. Infatti, al posto di proseguire la colletta per conto del Comune, Sergio salì in macchina e sgommò verso casa, sotto lo sguardo della signora Sambin, moglie del macellaio, che lo stava aspettando con le ventimila lire in mano.

 

Non era ancora una notizia, e poi questa volta non si poteva amplificare attraverso il network del negozio di Mirella perchè c’era di mezzo lei, ma quando la minigonna di Mirella passava davanti al bar si scatenava il totogol tra gli avventori “par mi, eo sea ga xa pincià “ “ma va in mona, vuto chea sia cussì simpia, par mi, eo fa morire finchè no ea sposa”, fino a quando il barista non zittiva tutti con “par mi, ga na voia anca ea”. Poi, finalmente, arrivò il fulmine.

 

Complice l’ora legale, o lo zelo dovuto al fatto di non aver ancora preso neanche un fagiano in tutta la stagione, Toni Franco quella domenica si era svegliato alle quattro meno dieci e alle quattro, mentre la moglie russava, era già partito per la caccia. Visto che la superstrada vicina al paese era piena di automobili dirette o provenienti dal Patchanka, la megadiscoteca della zona, decise di andare pa campi, ma si fermò quasi subito. In una piazzola a qualche centinaio di metri dal paese, la BMW di Sergio, le porte aperte, dei rumori. Toni Franco aveva sessantatrè anni e da dieci anni prendeva le pillole per l’ipertensione, per fortuna, perchè altrimenti avrebbe rischiato grosso. Lì, a due metri da lui, c’era la Mirella alle prese con uno smorzacandela che neanche i film porno che mettevano su al bar dopo l’orario di chiusura. Ovviamente, sotto alla Mirella, c’era Sergio.

 

Quella mattina, un paio di ore dopo, Toni Franco sparò a un lievore, ma lo mancò perchè gli tremava ancora la mano. Era meglio andare al bar a farsi una graspeta. Anche senza selvaggina, quel giorno era comunque lui che aveva una storia da raccontare in paese.

 

“Che bei che i xe insieme” dicevano le vecchiette quando il Sergio e la Mire passavano per il paese, qualche mese dopo il primo avvistamento. “Varda, i nostri tosi che ghemo fato studiare, i pare proprio do de città”, sentenziavano anche senza avere un minimo filo di parentela, e anzi sospirando all’idea di una nuova razza, qualche pargoletto dalla coppia d’oro per una nuova evoluzione sociale. “Seto che bei putini che vegnaria fora”, concludevano le donnette dopo i loro personalissimi calcoli del DNA. Fattostà che per un bel pò di mesi i due fecero coppia fissa, assieme alle messe comandante e alle funzioni civili, ai matrimoni degli amici, in piazza, in edicola a comprare il giornale e al centro commerciale a comprare tutto il resto. E poi, basta. Proprio mentre il totogol si era trasformato in totomatrimonio, pur senza cambiare linguaggio e fattori in campo (“una de ste volte ea se fa impenire…”), la rottura. Nessuna dichiarazione ufficiale da entrambe le fonti. Mistero.

 

La Mirella è triste, ma rassegnata, ogni tanto ancora sorride, e comunque le gambe sono ancora in bella mostra. Sergio in paese non si vede più. Cosa sarà successo? In paese per un pò si parla d’altro, quando un giorno, improvvisamente, la Mirella torna prepotentemente tra i titoli di testa.

 

I due carabinieri la ascoltano davanti al negozio, prendono nota su un taccuino d’appunti, ma altro non possono fare, se non annuire e rimirarsela, la Mire, con un completino niente male. “Ragazzate”, concludono, e se ne vanno.

 

“Ciò Bepi, sito ti l’imbriago che l’xe nda pissare in piassa?” “Ma no, el xe Gigio, che el toe l’antidiuretico, staltro dì el iera drio pissarme dosso casa mia!” Se il primo giorno la Mire pensa ad un cane di passaggio, e il secondo ci crede poco, al terzo giorno consecutivo che pisciano sulla vetrina del suo negozio chiama i carabinieri, ma, quando dopo due giorni di pausa si riinizia, decide di passare alle maniere forti. Chi sia il geloso o il perverso che fa le zozzerie davanti alla sua porta, lei deve scoprirlo. Va a Padova e compra una telecamerina a circuito chiuso, la piazza dietro la vetrina e va a dormire. Il giorno dopo, appena arriva in negozio, guarda il videotape. A parte il farmacista che rientra verso casa, stranamente alle tre e quarantacinque di mattina e a piedi, niente da segnalare. Ma Mirella non demorde, e anzi spera di arrivare davanti al negozio la mattina alle otto e sentire il tanfo rilevatore del fatto che la notte lì qualcuno è passato a far schifezze, ‘sto pervertito, quando finalmente le sue aspettative vengono soddisfatte. Anche troppo.

 

Per fortuna che il macellaio ha in negozio una pompa per pulire la cella frigorifera dal sangue dei quarti di bestia, altrimenti chissà come avrebbe fatto? Una merda, un escremento spalmato sulla maniglia della porta del negozio, e merda dentro anche alla fessura della serratura, tanto che, infilando la chiave ne straripa fuori ancora, una scena lurida, per fortuna ci pensa il macellaio. Mirella manco si toglie il cappotto e mentre riavvolge la cassetta chiama direttamente i carabinieri. Ecco la scena, il BMW che si ferma davanti al negozio, l’uomo distinto, brizzolato, la giacca e cravatta e l’orologio Rolex al polso, con in mano un cartoccio sospetto, si tira giù la cerniera dei pantaloni e inizia a pisciare sul vetro, poi lo rimette dentro e apre il cartoccio, e lo pressa contro la porta, con insistenza.

 

“Bravo, cojon, adesso ti denuncio” esclama Mirella. Poi pensa a quell’appuntato carino che era venuto qualche giorno prima ad assicurarsi che tutto fosse apposto, mangiandosela con gli occhi, e allora decide di non apparire troppo alterata e darsi una sistematina. Prende la borsetta, tira fuori il rossetto, e se lo passa dolcemente sulle labbra. Lo chiude, si sistema il collant e la gonna, e rimette lo stick in borsetta, assieme al logo BMW del cofano, all’accendisigari e al frontalino dell’autoradio di Sergio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GOODMORNING AMSTERDAM

 

Goodmorning Amsterdam,

goodmorning rain,

goodmorning grey,

goodmorning bridges,

goodmorning pain,

goodmorning girls in the tram that don’t smile back when you smile,

goodmorning cats in cafes,

hordes of stoned tourists,

memories of past,

hopes of future,

greyness and rain of the present,

goodmorning.

I’m back.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ITALIA/OLANDA

 

L’Italia
un televisore sempre acceso,
di cui cerchi affannosamente
il telecomando
per spegnere.

O cambiare canale.
“Guardi, dev’esser sotto la poltrona!”

 

L’Olanda
una vasca da bagno
Un bicchiere di vino
E quello spifferino
dalla porta
Dritto sulla schiena.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

THE DIRTY MEN AT THE TURKISH BATH (OVERHEARD)

 

“You know what the problem is with orgies?”

“What is it?”

“That you never go home with the same clothes you walked in”

 

“You wouldn’t need much to make the World perfect.”

“What would you do?”

“I would have made a simple rule: each time you masturbate, your cock keeps growing”

 

“I fucked girls half my size, half my weight, half my age”

“Why just half?”

“It just happened”

 

“I wouldn’t sleep again with half the women I slept with”

“You’re such a woman”

 

“I have a great idea for a story: there’s one dancer at the National Ballet who’s straight. At the beginning of each season, he has to plan the strategy to fuck as many ballerinas as he can. It’s like Risiko, with sex.”

 

“So the question is: would you rather spend a weekend with a woman you can only have anal sex with, and she doesn’t talk the whole time, or would you prefer to spend a weekend with a woman you don’t have anal sex with, and she talks the whole time?”

 

“She told me: “I have a bad hair day today”. You know what that meant?”

“No.”

“It meant: feel free to cum on my hair later tonight”.

 

 

 

 

A.

 

I like you when I see you.

You walk in high heels,
everyday the same outfit.
I can’t help it but notice
We smile at each other, politely, wearily,
my mind then goes off.
I think of the good time I could give you,
and you could give me in return.
If only we could.
And I wonder if sex would be good, or better, or worse.
Or maybe I just want to get you off your high heels, a stumbling position.
Insecure.
And be myself for a moment,
and don’t stop till it’s over.
You, barefoot for a change, your breasts pointing at my belly,
not at my heart,
when we embrace.
Surprisingly laughing, or kissing real hard,
as the sun comes through the windows at your place,
as we lay naked
not thinking of things to do, or consequences,
or the fact that we shall see each other again
in our uniforms tomorrow
at the post office.

 

(Paris, March 23rd, 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

I REGRET

 

I regret not having followed a pair of red stiletto heels as they were tipping around at baggage claim at Schiphol Airport, as they were definitely looking for something.

I regret not having kissed you hard enough without thinking I was taking advantage of the situation, half-drunk in the backseat but still being a gentleman and sending you home.

I regret when you asked me if I loved you, I didn’t tell you the truth that I did, and I still wonder why.

I regret I didn’t cherish the moment enough, if I only knew it was fleeting,

we spent too much time in that meeting,

it’s time we’ll never have anymore so what is it there for.

I regret having written this poem, and placed it in a book,

I regret leaving you off the hook,

and still trying to find some other stupid rhyme.

I regret every slice of this cake that I wolf down

and the double espresso to wash it.

Is it good for you or is it hurting?

You can’t help but regret,

if you’ll never forget.

 

(Schiphol Airport, July 30th, 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IF LOVE WERE A CAKE

 

If Love were a Cake,

I would always leave crumbles behind

for you to find me back just in case.

 

If Love was Champagne…

but it’s not!

it’s Sauvignon Blanc!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

JESUS WAS A SCREENWRITER

 

Jesus was a screenwriter. He was such a good screenwriter, that he had never written a single word, but he would tell his stories and people would listen. Others would eventually transcribe his words.

 

Some say he didn’t write because he was actually scared of the blank page, because after all he was also only human, like all of us.

 

But, his ideas were revolutionary for the Palestinian industry, which at the time was run by the superpower of the Romans, who took over all known territories worldwide and controlled production, distribution and marketing, what with their popcorn and multiplexes. Local production was suffering because of this, and Jesus knew things had to change. The Romans wanted none of it.

 

On a Thursday evening, Jesus was hanging out with his acolytes, on what ended up to be called The Last Power Supper. Judas, a director, betrayed him in return for a development deal with the Romans, for a tv series of thirty episodes.

 

Jesus was taken by the Romans and tortured – they even tried to rewrite his words. Pontius Pilatus, the Executive in Charge of Production, washed his hands and put his projects in turnaround – the Calvary of all screenwriters.

 

On that hill, Jesus was publicly crucified by the Romans, as an example for all the filmmakers that wanted to question their authority. Jesus simply asked his father why did he have to suffer. It was only then that God, who was Jesus’ father and the greatest Producer in the Universe, spoke to his son:

 

“It is through the pain that we face that our stories find meaning – it seems to be part of our craft: you write, you suffer. Having a story to tell fills us with joy, getting it done is a lot of pain. But it’s exactly because of this effort, that people still remember the stories we tell. It takes our life to tell them, and you were the Chosen One to make this tale immortal. Why? Because it is our Passion.”

 

“All is accomplished.” He said.

 

Jesus sighed, but in the end he understood that through his sacrifice, his story would always be told, made and remade, rewritten and recast, to this day.

 

(Easter 2015, for Cha)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TROUBLE IN PARADISE

 

Muoio.

 

Arrivo in paradiso.

 

Busso alla porta, e mi apre Grace Kelly.

 

“Ciao Massimo”, mi dice con un sorriso. “Vieni, entra pure. Ti stavo aspettando.”

Grace Kelly, penso io. Le cose si mettono decisamente bene. Ne valeva la pena.

 

Entro e l’arredamento e’ chic anni ’50, retro elegante senza neanche un filo di kitsch. C’e’ una musica di sottofondo, non capisco immediatamente il genere e l’autore, ma e’ qualcosa di nuovo e familiare allo stesso tempo. Un evergreen di cui non so il titolo.

 

“Bevi qualcosa?” mi dice Grace, indicando il vano liquori, scontatamente in un angolo del salotto.

“Un whisky con due cubetti di ghiaccio”, dico io con un sorriso.

“Va bene un single malt?”

“Perfetto.”

 

Il sorriso cresce mentre guardo Grace che prende i cubetti dal secchiello del ghiaccio, e li ripone con cura in due tumbler, e alza per un attimo lo sguardo accennando una smorfia vagamente maliziosa.

 

Sono in paradiso, mi ripeto. In paradiso. Ne valeva la pena.

 

Con eleganza, la Kelly mi indica il divano, che avevo gia’ occhiato, e con i due bicchieri in mano mi fa’ un cenno con il mento e dice: “accomodati, dai.”

 

Mi siedo, prendo il bicchiere, Grace si siede di fianco a me, le gambe elegantemente affiancate ad angolo, io accenno ad un brindisi, lei mi guarda negli occhi con quegli occhi di ghiaccio.

 

Na Zdorovie”, dico io. I bicchieri fanno klink.

 

“Ghiaccio bollente” penso.

 

Mi sciolgo neanche fossi nel tumbler anch’io assieme al Talisker.

 

Sento un rumore che arriva dalla stanza a fianco. “Ciao Massimo” mi dice una voce roca.

 

Romy Schneider.

 

Romy Schneider, penso io. Cazzo, e’ vero. Sono in paradiso.

 

Romy ha una giacchetta di pelle, un basco a scacchi in testa e una sigaretta all’angolo della bocca.

 

“Ciao” dice la Schneider alla Kelly.

“Ciao” risponde la Kelly, senza neanche alzare lo testa, rivolgendo lo sguardo verso un angolo indefinito della stanza.

 

“Posso avere anch’io qualcosa da bere?”

“Serviti pure”, risponde glaciale la Kelly.

 

La Schneider incede sui suoi stivaletti di pelle con tacchetto verso l’angolo bar, raccatta anche lei un bicchiere, si versa una dose generosa di whisky. Senza ghiaccio.

 

La Kelly rimane apparentemente imperturbata, seduta al mio fianco. Con l’indice della mano sinistra giocherella nevrosamente con una ciocca dei suoi capelli biondi dietro l’orecchio. Ha dei lobi stupendi, penso io.

 

Io non posso fare altro che prendere un altro sorso di whisky, dividendo la mia attenzione tra Grace e Romy. Vorrei dire e fare qualcosa, ma mi sembra di essere paralizzato. Decido di mantenere la posizione dell’osservatore.

 

Romy si siede sul puff che e’ davanti al divano dove siamo seduti io e Grace. Si toglie gli stivaletti, si accovaccia con movenze feline, si toglie il cappello e si arruffa i capelli con un sorriso, prende la sigaretta che era ancora appesa all’angolo della bocca con la mano destra, nella sinistra il bicchiere.

 

“Allora, Massimo, benvenuto.”

“Grazie, Romy”. Quella voce roca…

“Grace ti avra’ gia’ spiegato tutto…”

“Errr… direi di no…” bofonchio io.

 

“In effetti, Romy” prende la parola Grace “Massimo e’ appena arrivato, e mi sembrava giusto per prima cosa metterlo a suo agio, prima di spiegargli…”

“Sisi’… Grace… sappiamo… il tuo stile e’ noto”

 

La Schneider dice stile come se avesse detto merda. E secondo me Grace sta pensando la stessa cosa.

 

“Romy… quante volte abbiamo… “

“Miss Kelly… mi scusi, mi perdoni se non e’ mia l’eleganza delle principesse…”

“Romy… ma cosa dici, io non intendevo…”

“… io ne ho solo interpretata una, e… “

“Ma se e’ per questo anch’io, cara Miss Schneider…”

“…e sinceramente DUE PALLE, Grace, due palle…”

“Si’, ma adesso, scusa Romy, ma io stavo parlando con Massimo…”

“Lo so benissimo cosa stavi facendo, e mi chiedo, difatti, perche’…”

“ Beh, ma era arrivata la richiesta… non hai letto il modulo?”

“Sai che io odio tutte quelle scartoffie… io.”

“Si’, Romy, pero’ come facciamo a mandare avanti questo paradiso se…”

“Ecco, sempre Miss Punti Perfetti… lo sapevo, lo sapevo…” e Romy butta giu’ una golata di whisky e fa’ per alzarsi. Grace e’ sotto pressione.

 

Si alza anche lei, sistemandosi il plisse’ della gonna, e continuando a fissare l’angolo remoto.

 

Poi punta lo sguardo verso la Schneider, indubbiamente una spanna piu’ sotto in termini d’altezza. “SMETTILA! SMETTILA! Non puoi ogni volta fare cosi’… ci sono delle regole in questo CAZZO DI PARADISO!!!”

 

La Kelly e’ quasi alle lacrime. La Schneider e’ soddisfatta. Ha raggiunto il suo scopo.

 

Sembra quasi felice di essere quei venti centimetri sotto lo sguardo della ragazza di Philadelphia. (forse e’ per questo che si e’ tolta gli stivaletti, penso io, mentre finisco il whisky e noto che i due cubetti sono ancora quasi integri…)

 

“Smettila tu, puttana!”

“Puttana? A chi puttana? Senti chi parla…”

“Insomma, a me… io non accetto di ricevere lezioni da nessuno, menchemeno da una AMERICANA…”

“Che palle, Romy, che palle… sempre la solita storia… senti, vogliamo una buona volta darci un taglio…”

“Non e’ colpa mia, non e’ colpa mia… lo sai che io sono sempre in ritardo, non ci posso fare niente… anche sui set… avanti con le leggende…”

“Ho cercato di fare l’accondiscendente con te tante volte, in occasioni come queste…”

“OK OK, basta principessa, sono d’accordo, facciamo un patto, pero’…”

“Pero’ cosa…”

“Pero’ adesso sentiamo anche Massimo e vediamo cosa dice lui, no?”

“Hai ragione, chiediamoglielo… Massimo, Massimo, tu che ne pensi… perche’ sul modulo c’era scritto chiaramente che…”

“Massimo…?”

“Massimo…. Massimo….?”

 

E’ la mia prima notte in paradiso.

 

Marcello Mastroianni aveva appena cucinato una amatriciana niente male, e stappato una bottiglia di vino rosso leggero da pasto. Finisco a giocare a poker con lui, e tra una mano e l’altra mi racconta qualche aneddoto su Fellini e sulle sue avventure galanti.

 

Poi allegro sorride e grida “Full!”, raccogliendo la posta sul piatto, fatta di bagigi che sgranocchia contento con un mugugno sornione.

 

“Due donne.” dico io, lasciandogli la partita.

 

(28 aprile 2013)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TROUBLE IN PARADISE

 

I die.

 

I get to Heaven.

 

I knock. Grace Kelly opens the door.

 

“Hi Massimo”, she says with a smile. “Come on in. I was waiting for you”.

Grace Kelly, I say to myself. Things are getting interesting. It was worth it.

 

I step inside and I notice that the furniture is Fifties Chic, an elegant retro without a single hint of kitsch. There’s music in the background, I don’t immediately grasp the genre nor the singer, it’s something new and familiar at the same time.

An evergreen for which I don’t know the title.

 

“Would you like something to drink?” Grace asks me, pointing to a liquor cabinet, blatantly located in the living room corner.

“A whisky with two icecubes”, I reply, with a grin.

“Would a single malt do?”

“Perfect.”

 

My grin gets wider as I watch Grace picking the cubes from the ice bucket, and carefully placing them in two tumblers. As she does it, she raises her gaze for a moment towards me with a vaguely malicious smirk.

 

I am in Heaven, I repeat to myself. In Heaven. It was worth it.

 

With elegance, Grace gestures me to the couch, which I had already noticed, and with glasses in hand, she points to it with her chin, as if to say: “come on, sit down”.

 

I sit. I take the glass, as Grace sits besides me, her legs elegantly aligned to create a perfect angle. I hint a toast, and she looks into my eyes with her ice-like eyes.

 

“Na Zdorovie”, I say. Glasses klink.

 

“Hot ice”, I think.

 

I melt as if I were in the tumbler along with the Talisker.

 

I hear a noise coming from the next room. “Hi Massimo” a husky voice says.

 

Romy Schneider.

 

Romy Schneider, I think. Shit, it’s true. I’m in Heaven.

 

Romy’s wearing a small leather jacket, a floppy hat and a cigarette on the corner of her mouth.

 

“Hi.” says Schneider to Kelly.

“Hi.” Kelly replies back, without raising her head, pointing her gaze to an indefinite corner in the room.

 

“Can I also have something to drink?”

“Help yourself”, replies Kelly, icily.

 

Romy swaggers towards the bar on her heel leather boots, grabs a glass, and pours a generous dose of whisky in it. No ice.

 

Grace is apparently unperturbed, sitting next to me. With the index of her left hand she nervously plays with a lock of her blond hair behind her ear. She has wonderful lobes, I think.

 

I can’t help but take another sip of whisky, and share my attention between Grace and Romy. I wish I could do or say something, but I feel like I’m paralyzed. I decide to maintain the position of observant.

 

Romy sits on the puff that is in front of the couch where me and Grace sit. She takes off her boots, as she crouches down with feline moves, takes off her hat and ruffles her hair with a smile, takes the cigarette that was still hanging from the corner of her mouth with her right hand, the glass on the left.

 

“So, Massimo, welcome…”

“Thanks, Romy”. That husky voice…

“Grace must have already explained you everything…”

“Err… not really… “ I mutter.

 

“In fact, Romy” Graces intervenes “Massimo has just arrived, and it felt like I should have first got him comfortable, before explaining him…”

“Jaja… Grace… we know… your style is well-known”

Romy Schneider said style as if she’d said shit. And it seems like Grace is thinking the same thing.

 

“Romy… how many times have we…”

“Miss Kelly… apologies, forgive me if I lack the elegance of princesses…”

“Romy… what do you… I didn’t mean…”

“… I only played one, and…”

“Well, I did too, dear Miss Schneider…”

“… and, sincerely, what a BORE, Grace, what a bore…”

“Yes, Romy, but sorry, I was just talking with Massimo…”

“I know exactly what you were doing, and I definitely wonder why…”

“Well, the request came in… didn’t you see the module?”

“You know I hate all that bureaucratic crap…”

“Yes, Romy, but how do we make this heaven going if… “

“Ah, there she is, Miss Perfection… I knew it, I knew it…” and Romy gulps down the whisky and raises up.

 

Grace is under pressure. She gets up too, calmly straightening her gown, still staring at the remote angle.

 

Then she points her gaze down towards Schneider, a good span underneath her height. “STOP IT! STOP IT! You can’t go on like this every time… there are rules in this FUCKING HEAVEN!!!”

 

Grace is almost on the verge of tears. Romy seems pleased. She reached her goal. She even seems happy to be a good twenty centimeters under the gaze of the Girl from Philadelphia (maybe that’s why she took off her heel leather booths, I think, as I finish my whisky and notice that the two ice cubes are still almost intact…)

 

“You stop it, bitch!”

“Bitch! Me a bitch? Look who’s talking…”

“Look… I don’t want to be taught a lesson by anybody, especially not by an AMERICAN…”

“Bo-ring, Romy, bo-ring… always the same story… look, can we just cut the whole thing off for once…”

“It’s not my fault, it’s not my fault… you know I am always late, I can’t help it… also on the set… yeah, go on with the old legends…”

“I tried to be codescending with you many times, in situations like these…”

“OK, OK, stop it Princess, I agree, but let’s make a pact, then…”

“Then what…”

“Well, let’s also ask Massimo and see what he thinks, no?”

“You’re right, let’s ask him… Massimo… Massimo, what’s your thoughts on this… because on the module it clearly stated that…”

“Massimo… ?”

“Massimo… Massimo… ?”

 

It’s my first night in Heaven.

 

Marcello Mastroianni had just cooked a rather good amatriciana, and uncorked a bottle of light red wine for meals. I end up playing poker with him, and between hands, he tells me an anecdote or two on Fellini and his sexual escapades.

 

Then he smiles and shouts “Full house!”, collecting the pot, made of peanuts that he merrily munches with a mischevious mumble.

 

“Two women”, I say, leaving the game at him.

 

 


On a Desert Island with a Supermodel

  • Author: Massimo Benvegnù
  • Published: 2015-11-29 22:40:14
  • Words: 7435
On a Desert Island with a Supermodel On a Desert Island with a Supermodel